Care allieve e cari allievi,
care formatrici e cari formatori,
care operatrici e cari operatori,
All’inizio di un nuovo anno formativo riapriamo aule e laboratori, rimettiamo in moto percorsi e relazioni. Insieme riprendiamo una responsabilità: fare della formazione un luogo nel quale ogni giovane possa essere riconosciuto, accompagnato e messo nelle condizioni di costruire il proprio futuro.
Per questo, davanti a ogni scelta, dobbiamo tornare a domandarci: chi rischia di rimanere indietro? Chi rischia di non essere visto, ascoltato o accompagnato?
Questa domanda custodisce ENGIM dal rischio di misurare il proprio valore soltanto sull’efficienza. Ci riconduce alla sorgente della nostra missione: il Ne perdantur di san Leonardo Murialdo, “che nessuno si perda”.
Il Ne perdantur non appartiene agli archivi della nostra storia. È il criterio con cui verificare il presente e una promessa da rendere concreta. Esprime la speranza rivoluzionaria di chi rifiuta di considerare una persona uno scarto, un problema, un numero o una funzione produttiva.
Nessuno è perduto finché qualcuno continua a credere in lui.
Nessuno è senza futuro finché incontra una comunità disposta a camminare al suo fianco.
La ricerca ENGIM sui giovani e il lavoro ci ha insegnato che l’ascolto è il primo atto educativo. I dati non servono a classificare i giovani o a rinchiuderli nelle nostre categorie. Sono un ascolto organizzato della realtà, che rende la relazione educativa più consapevole, umile e vera.
I giovani non cercano soltanto un’occupazione. Nel lavoro desiderano dignità, autonomia, riconoscimento, equilibrio e la possibilità di immaginare il domani. La nostra formazione deve stare dentro questa tensione: chiediamo loro di progettare la vita, mentre la società non sempre offre condizioni adeguate per costruirla. Proprio qui i Centri ENGIM devono diventare luoghi nei quali si torna a credere che il futuro sia possibile.
Educare significa anche insegnare a vivere, non possiamo consegnare ai giovani mappe definitive per un mondo che cambia; possiamo aiutarli a leggere la complessità, affrontare l’incertezza e ricomporre ciò che spesso viene separato: competenza e coscienza, tecnica e umanità, persona e lavoro, libertà e destino comune. Il Ne perdantur acquista così un’ulteriore profondità: nessuno sia lasciato solo davanti all’incertezza e nessuno si perda nella frammentazione dei saperi e della vita.
Alle allieve e agli allievi diciamo con chiarezza: non siete destinatari passivi della formazione. Siete protagonisti. Portate nei nostri Centri le vostre domande, i talenti e anche le fragilità. Imparate un mestiere, ma imparate nello stesso tempo a pensare, scegliere, collaborare, riconoscere un’ingiustizia e assumervi una responsabilità. Nessuno riduca la vostra vita a una prestazione.
Il lavoro è per la persona, non la persona per il lavoro.
Alle formatrici e ai formatori chiediamo di essere artigiani di relazioni e testimoni di senso, capaci di riconoscere possibilità ancora nascoste. Educare richiede cura della persona e responsabilità per il suo posto nel mondo. Vuol dire suscitare curiosità, coscienza critica e desiderio; correggere senza umiliare, esigere senza escludere, accompagnare senza sostituirsi.
La speranza non coincide con parole rassicuranti. Prende corpo nei legami che sostengono, nella presenza di chi attende, incoraggia e continua a credere. Una comunità educa alla speranza quando offre a chi cade la possibilità concreta di rialzarsi e ricominciare.
Alle operatrici e agli operatori ricordiamo che ogni gesto organizzativo, amministrativo e gestionale ha una conseguenza educativa. Nessuna funzione è neutrale quando al centro c’è la vita dei giovani. Una scelta può aprire una porta o chiuderla, generare fiducia o distanza, custodire una persona o renderla invisibile. L’efficienza ha senso quando serve la dignità e rende possibile l’incontro.
Dentro questa responsabilità condivisa, l’animazione di pastorale sociale non è un settore da affiancare agli altri. È il modo con cui ENGIM diventa comunità educante. L’animatore è custode del senso, interprete della realtà e generatore di processi. Tiene aperto il dialogo tra i giovani, la comunità educativa, il territorio, il mondo del lavoro e la Chiesa. Ci aiuta a non smarrire, dentro le urgenze quotidiane, ciò che siamo chiamati a generare.
Per rendere credibile questa promessa dobbiamo riconoscere anche le malattie ecclesiali e organizzative che possono indebolirci: autoreferenzialità, rigidità, attivismo senza respiro, personalismi, mormorazione e ricerca del consenso. Quando attecchiscono, separano le parole dalle scelte, consumano la fiducia e rendono invisibili proprio le persone che dovremmo custodire.
La Summer School ci ha indicato una cura attraverso quattro verbi: osservare la realtà senza addomesticarla; organizzare risorse e responsabilità al servizio delle persone; ispirare con una testimonianza credibile; generare relazioni, processi e futuro. Questi verbi orienteranno il nuovo anno formativo e daranno misura alla coerenza delle nostre scelte.
Formare significa preparare a un mestiere e, insieme, alla libertà, alla responsabilità, alla partecipazione e al bene comune. Vogliamo formare coscienze insieme alle competenze: offrire strumenti per entrare nel mondo del lavoro e il coraggio necessario per trasformarlo. ENGIM non può adattare silenziosamente i giovani a un mondo ingiusto. Deve dare loro competenza per abitarlo, coscienza per giudicarlo e forza per cambiarlo.
Questa è la nostra scelta di campo: partire da chi rischia di essere escluso, custodire l’umano mentre tutto cambia e fare dei nostri Centri laboratori di professionalità, cittadinanza, fraternità e giustizia sociale.
All’inizio di questo anno l’augurio è anche un impegno: non rassegnarci mai all’idea che qualcuno non possa farcela; imparare gli uni dagli altri; restare accanto a chi fa più fatica; costruire una formazione capace di generare più umanità.
Buon anno formativo a tutti noi. Che ogni giovane trovi il proprio posto, la propria voce e la propria strada. Che il lavoro torni a essere dignità e partecipazione. Che nelle nostre esperienze formative la speranza rivoluzionaria del Murialdo diventi vita.
Ne perdantur. Che nessuno si perda.
padre Antonio Teodoro Lucente
Presidente ENGIM