Nell’edizione 2026 della Summer School di ENGIM abbiamo navigato attraverso quattro rotte fondamentali #Osservare, #Ispirare, #Organizzare e #Generare. Abbiamo ascoltato, discusso e smontato dinamiche complesse.
Ecco il “bagaglio” di consapevolezze e azioni che, come ente di formazione, ci portiamo nelle nostre sedi:
1. #OSSERVARE: oltre l’algoritmo, a caccia di “punti luce”
Osservare per noi non significa guardare passivamente i dati, ma alzare lo sguardo per interpretare la complessità.
- Il welfare educativo permanente: come ci ha ricordato Francesco Profumo, la formazione non è più una “fase iniziale” o una “riparazione” per tempi di crisi. Ci portiamo a casa la missione di strutturare un welfare educativo continuo, dove l’apprendimento accompagna tutta la vita.
- Contro la polarizzazione, per le costellazioni di competenze: Matteo Colombo ci ha avvertito che entro il 2030 cambierà il 40% delle core skills. Non dobbiamo formare i ragazzi su singole risposte rigide, ma su un sistema integrato di competenze relazionali e “skills bundle”.
2. #ISPIRARE: la “fioritura” (eudaimonia- gr. εὐδαιμονία ) contro la performance
Ispirare significa rimettere al centro l’umano in un’epoca dominata dall’illusione della crescita infinita e dell’efficienza immediata.
- La forza delle storie contro la dittatura dei dati: Maura Gancitano ci ha mostrato che i dati descrivono, ma sono le storie a muovere le persone. Dobbiamo aiutare i ragazzi a ricostruire e narrare la propria storia personale, sottraendoli alla frammentazione sociale e alla solitudine.
- La persona non è un “problema tecnico” da risolvere: don Bruno Bignami ci ha invitato a distinguere tra problema (che l’IA risolve con facilità) e mistero (l’abitare il senso dell’esistenza). ENGIM vuole essere “esperti di umanità”, offrendo alle e ai ragazz* l’unica cosa che l’algoritmo non potrà mai simulare: il tempo condiviso e relazioni affidabili.
- Educare al limite come valore: il limite non è un fallimento, ma lo spazio in cui nasce il bisogno dell’altro e, quindi, la relazione.
- La bellezza che riscatta: l’esperienza di Don Antonio Loffredo nel Rione Sanità ci insegna che quando restituiamo bellezza, fiducia e responsabilità a* giovani, permettendo loro anche il lusso di sbagliare, generiamo cambiamento vero e auto-imprenditorialità, non semplice assistenzialismo.
3. #ORGANIZZARE: disegnare rotte nell’incertezza
Non possiamo permettere che le nostre ragazze e i nostri ragazzi naufraghino nel caos informativo che li circonda. Il nostro compito è tracciare mappe chiare che permettano di navigare anziché perdersi. Ma per farlo, dobbiamo prima di tutto strutturarci noi, internamente.
- Leadership adulta e co-responsabilità: Katia Scannavini ci ha ricordato che la nostra coerenza esterna dipende dalla nostra governance interna. Ci portiamo a casa l’impegno a esercitare una leadership diffusa, dove il potere è condiviso e il conflitto non è una guerra distruttiva, ma un confronto generativo e sano.
- Advocacy dal basso: con Giorgia D’Errico abbiamo capito che dobbiamo tradurre i dati della povertà educativa in azioni politiche concrete. Le e i nostr* ragazz* non sono solo “il futuro”, sono il presente: dobbiamo dare loro spazi di partecipazione reali per far sentire la loro voce oggi.
Il nostro compito di “allenator* di senso critico”
Generare significa produrre forma e senso dove c’è solo isolamento.
Se le e i ragazz* usano l’Intelligenza Artificiale solo per farsi dare risposte pronte, rischiano di perdere la capacità di pensare con la propria testa e si illudono di sapere cose che in realtà non hanno capito. Il nostro compito come formatrici e formatori non è fare la guerra alla tecnologia vietandola, ma rimettere al centro la fatica e la bellezza dell’apprendimento. Dobbiamo essere per loro dell* allenator* di senso critico.
Ecco come traduciamo concretamente il ruolo di “Allenator* di Senso Critico” nell’era digitale:
- Spostare il focus dal risultato al processo: se una macchina può generare un testo perfetto in tre secondi, il nostro valore formativo risiede nel chiedere a* ragazz*: “Come ci sei arrivato? Qual è stato il tuo percorso logico? Quali scelte hai fatto?”.
- Riscoprire la “metis” (l’intelligenza artigianale): dobbiamo valorizzare l’apprendimento basato sul fare, sull’esperienza e sull’intuizione. La tecnologia è uno strumento costruito, l’intelligenza umana va coltivata.
- Disarmare l’IA e combattere la “psicofanzia”: dobbiamo insegnare ai giovani che le macchine tendono a compiacerci e a confermare i nostri pregiudizi (bias). Allenare il senso critico significa educare le e i ragazz* a dubitare, a fare domande scomode, ad abitare le domande anziché accontentarsi di risposte preconfezionate.
Quello che rimane di questa Summer School 2026 si condensa in un’unica, grande consapevolezza: il nostro compito oggi è insegnare ad abitare la complessità, trovando un senso profondo là dove sembra esserci solo caos e isolamento.
Durante le giornate di formazione abbiamo ascoltato relatrici e relatori diversi, ciascuno con la propria prospettiva e apparentemente distante dagli altri, ma che in realtà si uniscono in un unico disegno operativo, proprio come le stelle dell’Orsa Maggiore.
In cielo, infatti, le stelle sono lontanissime, a profondità siderali diverse, e nessuna di esse sa, individualmente, di far parte di una costellazione: quella figura nel buio la produciamo noi, nel momento esatto in cui alziamo lo sguardo e decidiamo di unire i puntini.
Allo stesso modo, in un mondo frammentato dove l’Intelligenza Artificiale offre risposte già pronte e preconfezionate, le e i nostri ragazzi rischiano di restare stelle isolate, convinti di sapere cose che in realtà non hanno capito. Come “allenatori di senso critico”, noi non siamo qui per dare loro altre risposte rigide o per vietare la tecnologia, ma per insegnare loro a guardare in alto e a unire i propri puntini; spostando il focus dal risultato finale al percorso (“come ci sei arrivato? qual è stato il tuo cammino logico?”), li aiutiamo a sviluppare la capacità di disegnare i propri pattern nella complessità e a trovare la propria rotta. Ma non possiamo allenare questo sguardo nelle e nei ragazzi se non iniziamo a viverlo noi per primi all’interno di ENGIM, trasformando questo sforzo di connettere punti distanti nello stile della nostra leadership generativa. Questo deve diventare il metodo concreto con cui portiamo avanti la nostra vita organizzativa, il nostro lavoro quotidiano e, prima di tutto, il nostro modo di fare le riunioni. Per noi di ENGIM, lavorare e decidere insieme significa muoverci esattamente lungo questa traccia: osservare per non limitarsi a gestire le emergenze, ma per fare una lettura profonda della realtà e connettere quei “punti luce” sul territorio che altri non vedono; ispirare per non ridurci a sbrigare compiti burocratici, ma per ritrovare in ogni incontro il senso del nostro agire e dei nostri valori; organizzare per tradurre le idee in mappe operative chiare attraverso una leadership condivisa e un confronto che sia sempre sano, leale e generativo; e infine generare per far sì che ogni tavolo di lavoro produca un cambiamento reale e azioni concrete, capaci di dare autonomia ai ragazzi e valore alla nostra comunità.
La risposta di ENGIM non è nell’attesa che tutto sia chiaro, ma nella capacità di muoversi tra i punti luminosi delle stelle sapendo che ogni punto costituisce una parte del percorso nella consapevolezza che il percorso non potrà che essere disegnato da noi.