Una carovana di giorni che avanza senza clamore, ma con il peso reale delle attese, delle paure, delle responsabilità.
E dobbiamo dircelo con franchezza: non arriviamo disarmati, arriviamo inquieti. Un po’ spaventati. Non perché manchino strumenti, dati, tecnologie. Al contrario. Mai come oggi l’uomo ha dominato spazi enormi, accelerato processi, controllato flussi. Eppure, proprio dentro questa potenza, resta una fragilità che non sappiamo eliminare: l’incapacità di prevedere ciò che accade dietro l’angolo della storia.
È qui che nasce lo smarrimento. È qui che l’uomo, quando perde il senso, cerca scorciatoie: nazionalismi, muri, promesse vuote. Tentativi fragili di strappare al futuro qualche certezza.
Ma non è così che si attraversa il tempo. Non è così che si resta umani. Le scorciatoie non salvano: anestetizzano. Rassicurano per un istante e lasciano più soli di prima. La Dottrina sociale della Chiesa lo dice con chiarezza: «Una società che abbandona la solidarietà finisce per distruggere se stessa»(cf. Gaudium et Spes, 30). Dove si alzano muri, l’uomo si restringe.
La Parola di Dio ci sottrae a queste illusioni. Non ci offre previsioni, ci dà orientamento. Non ci promette controllo, ci chiede affidamento. Dice una cosa semplice e radicale: la nostra storia non è abbandonata al caso. È custodita. È nelle mani di Dio. E questo non è un balsamo per coscienze stanche. È una presa di posizione. È scegliere da che parte stare quando il futuro non è chiaro. La Chiesa lo ricorda: «L’uomo vale più delle cose, e le cose devono servire l’uomo» (cf. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 106). Qui si gioca la fedeltà.
La bontà e la misericordia di Dio non sono un premio riservato ai tempi sereni. Sono una risorsa per ogni tempo: quando il sole splende e quando la tempesta arriva. La pace non nasce dall’assenza di problemi, ma dalla certezza di non essere soli. Per questo il credente non inizia l’anno chiedendo “che cosa mi accadrà?”, ma domandandosi con lucidità: come resterò fedele? A chi? A che cosa? Con quali scelte concrete? Già Leone XIII indicava la direzione quando ricordava che «non è lecito sacrificare la persona sull’altare dell’interesse» (cf. Rerum Novarum). Senza questa bussola, il progresso diventa disumano.
La Scrittura ci consegna una chiave decisiva: non viviamo ai margini della storia, ma nella pienezza del tempo. Questo significa una cosa sola: ciò che viviamo conta.
Ogni giorno pesa. Ogni scelta lascia un segno. Non siamo comparse, siamo parte di un disegno più grande della nostra paura e più ampio della nostra immaginazione. Un disegno che ha preso carne in Gesù, che continua nello Spirito, che chiede di essere incarnato oggi, qui, nelle condizioni reali della storia.
La Dottrina sociale lo traduce così: il tempo è superiore allo spazio, e ciò che conta è avviare processi di bene, non occupare posizioni.
Qui si gioca il Ne perdantur.
Qui si misura la militanza.
Siamo figli, non spettatori. Portiamo in noi le tracce dell’appartenenza a Dio. Siamo chiamati a essere riverbero del suo amore nella storia concreta: nelle periferie, nei luoghi feriti, nelle biografie fragili. Nessuno si perde per caso. E nessuno si salva senza responsabilità. La salvezza non è un automatismo: è una scelta che passa attraverso volti, decisioni, prese di posizione. «La solidarietà non è un sentimento vago, ma una determinazione ferma e perseverante» (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 38).
Il Vangelo non lascia spazio all’indecisione. Propone uno stile:
I pastori non restano fermi: ascoltano, credono, si muovono. Danno credito alla Parola e mettono in gioco la vita. Raccontano ciò che hanno visto perché la speranza non resti privata, perché diventi bene comune. Lodano, ringraziano, riconoscono che il bene ricevuto va restituito. È la logica del dono che fonda una società giusta.
Accanto a loro c’è Maria. Non agitata, ma vigile. Non passiva, ma profondamente attiva. Custodisce. Tiene insieme. Collega eventi e parole. Fa memoria perché nulla vada perduto, è una memoria militante, che impedisce alla storia di diventare insignificante e al dolore di essere inutile. È la memoria che permette di restare fedeli quando l’entusiasmo passa. La Chiesa impara da lei a custodire l’umano, senza sconti e senza fughe.
Questo è lo stile per attraversare l’anno nuovo: determinazione, testimonianza, gratitudine, memoria.
Non fuga. Non superstizione. Non neutralità.
Una cosa è certa: Gesù continua a offrirci salvezza e misericordia. Non come idea, ma come presenza. Il suo nome resta la sorgente della nostra speranza.
E sperare, nel Ne perdantur, non è attendere tempi migliori. È scegliere, ogni giorno, di stare dalla parte della vita.