Buon 1° maggio 2021

«È maledetto quel lavoro che produce la ricchezza creando la miseria e che dà l'anima alla macchina e la toglie all'uomo»
San Leonardo Murialdo

«Nel lavoro manuale e in genere nel lavoro di esecuzione (che è il lavoro propriamente detto) c’è un elemento irriducibile di servitù che nemmeno un’equità sociale perfetta potrebbe giungere a cancellare. Perché è governato dalla necessità e non dalla finalità. Lo si esegue per un bisogno, non in vista di un bene: “perché bisogna guadagnarsi la vita”, come dicono quelli che in quel genere di lavoro consumano la propria esistenza» (Weil S., La condizione operaia)

In effetti, nel corso della storia la possibilità di vivere da “uomini liberi e uguali in dignità e diritti” è sempre fortemente dipesa dalla condizione lavorativa.
Ne siamo divenuti sempre più coscienti fino a sancirlo con gli articoli 23 e 24 della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Ma come può essere vissuta questa tensione tra necessità e libertà quando ci riferiamo al lavoro? Anche per la Bibbia lavorare è una necessità, ma intesa in un modo diverso da quello comune: fa parte della condizione dell’uomo, al fine di realizzarsi come partner di Dio nell’opera della creazione.

In obbedienza alla missione ricevuta, Mosè, aiutato dal fratello Aronne, chiede al faraone di lasciar partire gli israeliti per celebrare al proprio Dio una festa nel deserto.
La richiesta non solo è respinta, ma il faraone decide un ulteriore inasprimento delle condizioni di lavoro: i sovrintendenti ai lavori forzati non forniranno più le materie prime agli israeliti che dovranno d’ora in poi procurarsi da sé quanto necessario, pretendendo al contempo che continuino a produrre lo stesso numero di mattoni. A questo punto la condizione lavorativa diventa insopportabile. La politica del faraone genera un profondo conflitto sociale e pone fine al periodo di prosperità e pace di cui tutti, gli egiziani e quanti vivevano nel Paese, avevano goduto in precedenza, anche grazie al lavoro degli israeliti (cfr Esodo 5,12-23).

Ancora una volta la politica del faraone fallisce, perché stravolge il senso e la finalità del lavoro:

  • pretendere che si produca la stessa quantità di beni in condizioni peggiori;
  • accumulare la ricchezza prodotta nelle mani di alcuni a scapito degli altri;
  • imprigionare l’intera vita delle persone nella realtà lavorativa, impedendo la celebrazione della festa, a lungo andare logora tutti e distrugge la ricchezza generata in precedenza.

Quando ciò accade, come osservava Simone Weil, anche l’eventuale giorno del riposo festivo diventa alienante, svilito a una mera occasione per dimenticare la necessità di dover lavorare. 

Nella logica del faraone, lavoro e celebrazione della festa sono incompatibili: la richiesta di Mosè e Aronne è frutto di una mentalità da fannulloni e sarebbe assurdo recepirla proprio ora che il popolo è così numeroso da produrre tanto.
Al di là della distorsione dovuta alla volontà di arricchirsi dominando e opprimendo, l’errore del re d’Egitto consiste nel considerare in opposizione il tempo del lavoro e quello della festa.

Nella logica di Dio, invece, sono coessenziali: lo šabbāt, come pura contemplazione dell’opera compiuta, arriva alla fine della creazione, ma ogni giorno c’è una pausa di godimento estetico e morale in cui Dio vede che quanto ha fatto era cosa buona.

Il lavoro deve permettere questa possibilità di gustare e trarre gioia per quanto si è compiuto. 

Nelle mani del faraone il lavoro era diventato uno strumento di oppressione, mentre nell’Esodo Dio lo fa rientrare in un cammino di liberazione: liberazione non dal lavoro, perché è necessario, ma del lavoro come tale, restituendolo al suo senso originario di realtà a servizio dell’uomo. Nell’Esodo la libertà e la prosperità dipendono dalla possibilità di esercitare un lavoro che non sia la mera esecuzione di un ordine, ma un servizio libero e retto al suo interno dalla celebrazione della festa.

C’è qui una saggezza che può ispirare le scelte di fondo che siamo chiamati anche oggi a compiere come ENGIM. 

Nell’enciclica Laborem exercens (1981, LE) Giovanni Paolo II definì il lavoro umano «una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale» (LE, n. 3), consapevolezza su cui l’Assemblea costituente ha fondato la Repubblica italiana (art. 1 Costituzione) e la Chiesa la sua dottrina sociale,

Sia per noi l’occasione per rrimettere al centro alcune convinzioni

  1. il lavoro è in riferimento all’essere dell’uomo:
  2. il lavoro deve rispettare la dignità di collaboratore all’opera di Dio e permettergli di esprimerla in termini di cura e sviluppo del creato.
  3. il lavoro deve condurre l’uomo a una vita buona, e questo implica la formazione, non solo in termini di acquisizione delle competenze necessarie, ma anche di autorealizzazione, per non ridurlo solo a una più o meno faticosa fonte di guadagno

Buona festa del PRIMO MAGGIO a tutti e a ciascuno!

padre Antonio Teodoro Lucente

(foto: allievi di ENGIM Lombardia, sede CENTRO di Brembate di Sopra (BG), Ristorazione)

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